La bambina Artemisia assiste alla decapitazione di Beatrice Cenci: incarnazioni volgari di Eva tentatrice, provocano, annichiliscono la volontà dell’uomo, lo irretiscono con l’incanto delle loro arti muliebri, sono esse stesse il Peccato.
Questo è il filo rosso (sangue, da lettera scarlatta) che lega il destino delle due protagoniste di Elizabeth Fremantle, nell’indistricabile groviglio di amore, morte, vendetta e delirio. Dopo La disobbediente, che la sua fascinazione aveva rivolto alla riscrittura del beffardo gioco machista di una pittrice geniale tra pittori (maschi) spesso mediocri, la Fremantle, con la sua potente carica evocativa, questa volta decide di dare voce a lei, Beatrice Cenci, sviluppando una sorta di prequel non canonico, tessendo con dovizia di dettagli il drammatico ordito della sua vicenda, la cui morte capitale in piazza tanto aveva impressionato la piccola Artemisia. E se le due eroine, per questioni evidentemente anagrafiche e temporali, non si incontreranno mai, l’autrice ne traccia un’ideale continuità, rivelandone pensieri e tempestosi sentimenti, custodendone segreti e non-detti, che suggellano due storie tristi, per motivi diversi certo, ma pur sempre tristi.